Morgana Vassallo, assistente alla comunicazione della lingua dei segni italiana (LIS) per la Cooperativa Gea, ci parla del suo progetto di classe bilingue all’I.C. Marchini di Caprarola.

Morgana ha 29 anni ed ama il suo lavoro. Un amore che trasuda da ogni parola, dagli occhi a tratti lucidi e da un sorriso luminoso che fortunatamente non può nascondersi dietro la mascherina trasparente, quella utilizzata dagli assistenti alla comunicazione. Lei dice che sin da piccola la lingua dei segni la fa vibrare, anche se non è sorda. È il modo con il quale comunicare la completezza delle sue emozioni, in tutta la loro forza. Morgana ci insegna che la lingua dei segni non va confinata alla sordità, e che tutti dovrebbero poter avere accesso a questo enorme bagaglio comunicativo ed emozionale.

CHI SEI?

Sono Morgana Vassallo, mi sono formata presso l’Istituto Statale per Sordi di Roma (ISSR), l’Ente Nazionale Sordi (ENS) e l’Accademia Europea Sordi come LIS Performer. Sono specializzata nella didattica per bambini con disabilità e ho intrapreso altri percorsi formativi sull’applicazione della lingua dei segni per i bambini affetti da autismo.

QUAL È IL TUO RUOLO?

Il mio ruolo dipende dai contesti in cui mi trovo. Sono un’interprete di trattativa nel rapporto uno ad uno tra l’utente sordo e gli altri utenti e un’assistente all’autonomia e alla comunicazione (Asacom), che lavora specificatamente nel mondo scolastico e, in alcuni casi, nel contesto domiciliare.

L’assistente alla comunicazione è il ponte comunicativo che mette in relazione la scuola con il bambino e la famiglia, partendo dal nido fino ad arrivare al percorso universitario. Crea un canale comunicativo per il bambino in relazione all’insegnante e ai suoi compagni, fornendo gli strumenti dello scambio comunicativo.

COS’È IL PROGETTO “CLASSE BILINGUE”?

All’Istituto I.C. Marchini di Caprarola opero in una classe mista dell’infanzia, nella quale ho dato vita ad un progetto bilingue che include l’utente assegnatomi, una bambina sorda di tre anni, nel contesto classe/scuola. Il mio lavoro è indirizzato a tutti i bambini, non solo al singolo, in collaborazione con l’insegnante di sostegno e con il corpo docente. La mia figura è quella che fornisce gli strumenti a tutti gli attori del contesto classe e scuola per interagire con l’utente specifico, per arrivare ad un’inclusione a 360°.

Ogni attività che viene svolta in classe ed ogni parola pronunciata viene detta sia in italiano che in LIS, quindi la bambina può usufruire di ogni informazione che viene data al bambino udente. Abbiamo rafforzato visivamente gli spazi della scuola (bagni, mensa, aule etc.) in modalità bimodale, con le informazioni correlate al segno, attraverso l’immagine che ritrae il movimento e la parolina scritta. Così, cambiando spazio, i bambini incontrano il segno corrispondente e lo immagazzinano, facendone tesoro. Lo stesso vale per le parole di utilizzo quotidiano, ricreate con il segno corrispondente e la parola scritta.

In questo sistema che abbiamo creato, la bambina sorda non solo si è integrata senza problemi, ma è diventata la “star” della classe, perché agli occhi degli altri bambini lei sa una lingua in più. Si capovolgono quindi gli schemi della diversità, per cui quello che è un deficit diventa un valore aggiunto, dal quale imparare. I bambini possono insegnarci molto.

A QUALE ETÀ SI DOVREBBE IMPARARE LA LINGUA DEI SEGNI?

I bambini con cui lavoro sono molto piccoli, vanno dai 3 ai 5 anni, ma non c’è un’età adatta per imparare la lingua dei segni, anzi. I bambini sono delle spugne e una lingua concreta come quella dei segni viene assimilata meglio e più velocemente: quello che un adulto di norma assimila in un anno, i bambini lo hanno assimilato in sole due settimane. La LIS non è la lingua dei sordi, è una lingua a tutti gli effetti, che al sordo fornisce tutti gli strumenti per interagire con il mondo esterno, mentre agli udenti dà delle competenze in più. Se al bambino io dico “rosso” in modalità bimodale (attraverso due canali comunicativi che viaggiano contemporaneamente), lo recepirà sia con la vista che con l’udito, portandolo ad una comprensione concreta della parola, come rafforzativo del concetto.

QUALI SONO STATE LE MAGGIORI DIFFICOLTÀ INCONTRATE IN QUESTO PERCORSO?

Le difficoltà più grandi le ho avute con gli adulti e non con i bambini. Noi adulti abbiamo schemi mentali più elaborati e ci manca la capacità di accogliere completamente e senza preconcetti il diverso. Inizialmente il timore era che la lingua dei segni potesse inibire il linguaggio dei bambini udenti, portandoli ad una regressione. In realtà la regressione è impossibile, perché i canali comunicativi diventano due e vanno a rafforzare il processo di comunicazione. La paura dell’ignoto è tipica dell’essere umano, ma con la comprensione siamo arrivati a dei risultati splendidi e ad aperture inizialmente impensabili. Questo in neanche tre mesi di attività. La famiglia della bambina è entusiasta del percorso di inclusione che si è venuto a definire, frutto di una sinergia che si crea solo quando tutte le forze in campo remano nella stessa direzione.

a cura di Cristina Casini
Ufficio Stampa e Comunicazione
Cooperativa Sociale Gea