Priscilla Pittore, terapista della neuropsicomotricità dell’età evolutiva (Tnpee) ci spiega in cosa consiste il suo lavoro con i bambini. Un ambito ancora poco conosciuto, ma ricco di risorse, che mette al servizio delle famiglie numerose professionalità.

Priscilla, classe 1991, è una Tnpee della famiglia Gea. Ogni giorno, nella sede viterbese di via Donizetti 10, accoglie con il suo fare dolce ed estroverso le famiglie ed i bambini che con lei effettuano le terapie della neuropsicomotricità. I bambini la adorano, ed i genitori anche. Con lei si ha quella sensazione di sicurezza e professionalità di cui ogni famiglia che lascia il proprio figlio in mani altrui ha bisogno, soprattutto se si tratta di bambini affetti da disturbi più o meno gravi. E pensare che voleva fare la biologa prima dell’Università, poi la vocazione per il mondo dell’infanzia ha prevalso. Per fortuna, diciamo noi.

CHI SEI?

Sono Priscilla Pittore, mi sono laureata nel 2016 dopo il percorso universitario di tre anni all’Università di Roma Tor Vergata in terapia della Neuropsicomotricità, a seguito del quale ho maturato esperienza sul campo in varie cliniche e strutture accreditate al tirocinio in materia.

Sono in GEA dal 2019 e mi occupo di terapia della neuropsicomotricità dell’età evolutiva.

QUAL È IL RUOLO DEL TERAPISTA DELLA NEUROPSICOMOTRICITÀ (TNPEE)?

Il terapista della neuropsicomotricità si occupa di riabilitazione in ambito pediatrico (fascia d’età 0-18 anni) per bambini con disturbi e disabilità a livello neurologico, come lo spettro autistico, le paralisi cerebrali infantili, i ritardi psicomotori, i disturbi della condotta e del comportamento, i disturbi della coordinazione motoria. Sono davvero molte le aree di intervento sulle quali il Tnpee opera, supportato da una squadra di professionisti del mondo infantile come psicologi, logopedisti, neuropsichiatri, educatori, fisioterapisti, che concorrono al raggiungimento degli obiettivi. Un vero e proprio lavoro di équipe.

COME SI SVOLGE UNA SEDUTA DI TERAPIA?

La neuropsicomotricità abbraccia numerose sfere, tra le quali quelle motorie, cognitive, socio-comunicative, del linguaggio, del comportamento. Di conseguenza le attività da fare insieme al bambino durante una seduta possono essere davvero molte e diversificate in base al disturbo da trattare e alle peculiarità del bambino stesso. Di sicuro un elemento imprescindibile a tutte le attività è il gioco, cavallo di battaglia della neuropsicomotricità. Attraverso questo il bambino impara ad esplorare il mondo circostante e sé stesso, andando a lavorare su specifiche aeree funzionali.

QUAL È IL RUOLO DELLA FAMIGLIA NELLA DINAMICA TERAPISTA-BAMBINO?

Il genitore è protagonista di questa relazione, è colui che rileva il disturbo e segue il bambino nel suo percorso riabilitativo per la maggior parte del tempo. Il terapista della neuropsicomotricità ha un rapporto simbiotico con la famiglia, deve guidarla e modulare il suo intervento, senza confondere i ruoli, trovando una giusta collocazione a tutte le parti coinvolte. Sarà il terapista a consigliare determinate attività da fare a casa, dando indicazioni su come organizzare l’ambiente domestico (il cosiddetto “setting”), ad esempio togliendo dal raggio d’azione del bambino determinati giocattoli per incrementare la sua richiesta verbale, o limitando al massimo la tv e gli apparecchi elettronici per arginare i comportamenti disfunzionali.

C’è una rete d’azione imprescindibile nella terapia, che si basa sul lavoro di squadra tra terapista, bambino, genitore e scuola, anch’essa fondamentale nel raggiungimento degli obiettivi e nel mantenimento dei progressi conseguiti.

LA PANDEMIA STA CREANDO MOLTI SCOMPENSI SU PIÚ LIVELLI NEI BAMBINI. HAI RILEVATO UN INCREMENTO DI QUESTI DISTURBI?

Sicuramente la situazione che stiamo vivendo ha inciso molto, soprattutto nei bambini più piccoli che hanno vissuto gran parte della loro vita in pandemia. In questi casi c’è una marcata difficoltà relazionale e sociale, con il manifestarsi di numerose atipie nello sviluppo globale del bambino. In quelli più grandi invece l’impatto del virus si riscontra negli apprendimenti scolastici, nella relazione con gli altri, nelle abitudini familiari condizionate dall’isolamento. E se nei più piccoli gli effetti della pandemia sono già riscontrabili, nei più grandi si vedranno probabilmente a lungo termine, soprattutto nella sfera relazionale che ora sta venendo a mancare.

COSA AMI DEL TUO LAVORO?

Amo molti aspetti del mio lavoro, forse in primis la sensazione che si prova nell’aiutare le famiglie e nel toccare con mano i progressi raggiunti dopo un percorso insieme. All’inizio non è stato facile non farsi travolgere completamente da questo aspetto, capitava spesso di portarsi i problemi dei bambini a casa. Ma poi ad un certo punto capisci che per essere davvero d’aiuto bisogna acquisire la capacità di scindere, che non vuol dire perdere di empatia, ma semplicemente saperla indirizzare.

Quello dell’infanzia è un ambito nel quale amo lavorare, una vocazione che ho sentito fortemente ad un certo punto della mia vita, quando pensavo di fare altro e che mi ha poi appassionata completamente. E’ un lavoro che ti porta a contatto con tante persone, dinamico, stimolante e che ti mette continuamente alla prova, costringendoti a reinventarti sempre perché ogni bambino è diverso, ogni terapia è diversa. I bambini hanno un entusiasmo ed una forza d’animo sorprendenti, sono dei combattenti, e raggiungere insieme a loro dei piccoli grandi traguardi quotidiani è la linfa del mio lavoro.

a cura di Cristina Casini
Ufficio Stampa e Comunicazione
Cooperativa Sociale Gea